La formazione del restauratore

La formazione del restauratore

15/12/2023

LA VIA STRETTA DI UNA PROFESSIONE STRATEGICA PER IL FUTURO DEL NOSTRO PAESE

a cura di ANGELO CRESPI (Presidente Valore Italia), BEATRICE DIANO (Project Manager Valore Italia)

Secondo la definizione corrente, il restauratore di beni culturali è il professionista che definisce lo stato di conservazione di un bene, dotato di speciale status giuridico1, e mette in atto azioni dirette e indirette per assicurarne la conservazione, salvaguardandone il valore culturale e predisponendolo per la valorizzazione, essendo la conservazione un valore in sé, ma anche prodromo alla valorizzazione. A tal fine, il restauratore analizza i dati relativi ai materiali costitutivi, alle tecniche di esecuzione e allo stato generale di conservazione dei suddetti beni, per poi progettare ed eseguire interventi conservativi o di reintegro, avvalendosi anche di figure preposte allo svolgimento di attività complementari, ma imprescindibili nel mondo contemporaneo come gli esperti di diagnostica che afferiscono a percorsi formativi diversi e ulteriori come la chimica o la fisica applicata. Il restauratore, inoltre, compie attività di ricerca, di sperimentazione e di didattica nel campo della conservazione e la sua professione è sottoposta alle disposizioni di tutela del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio2.

Il restauratore opera dunque sul patrimonio culturale materiale che rappresenta la storia e i valori di un popolo, la ricchezza e la diversità delle sue tradizioni; un patrimonio che non è solo espressione e memoria del passato, ma ponte e strumento di fondamentale importanza per progettare il futuro e rafforzare il senso di appartenenza a una comunità territoriale. Il patrimonio culturale prima ancora di essere un asset economico è, infatti, fonte inesauribile di identità e senso per un Paese come l’Italia che ritrova le proprie radici nel lascito millenario di bellezza e arte, tramandato di generazione in generazione senza soluzione di continuità. Esso deve essere patrimonio condiviso e comunitario che necessita di essere compreso, coltivato, fruito e, prima di ogni cosa, salvaguardato.
Come si può dunque capire, la figura del restauratore è centrale, o dovrebbe esserlo, nelle dinamiche politiche culturali italiane, soprattutto pensando da un lato alla vastità ed esuberanza del patrimonio, al suo ruolo di fattore identitario, e dall’altro lato al suo stato precario di conservazione che si riassume nella locuzione “bellezza fragile”.

COME SI DIVENTA RESTAURATORI

Per ottenere la qualifica e l’abilitazione all’esercizio della professione su beni culturali mobili e superfici decorate dell’architettura3 è necessario intraprendere un percorso della durata di cinque anni, sino al conseguimento del Diploma rilasciato dalle Scuole di alta formazione e studio del Ministero della Cultura, o del Diploma di Laurea in Conservazione e restauro dei beni culturali o titolo equiparato, o del Diploma accademico di II livello a ciclo unico abilitante alla professione di restauratore di beni culturali.

A oggi, le istituzioni formative per le quali è stata riconosciuta la legittimità all’istituzione e all’attivazione dei corsi di formazione dei restauratori in Italia sono 23. Tra queste si annoverano: l’Istituto Centrale per il Restauro, l’Opificio
delle Pietre Dure di Firenze, l’Università degli Studi di Torino in convenzione con la Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, l’Accademia di Belle Arti di Brera. Sono invece solo tre quelle che hanno ottenuto l’accreditamento per lo svolgimento dei corsi di formazione dei restauratori, tra le quali la Scuola di Restauro di Botticino per la valorizzazione dei beni culturali.

In passato la formazione del restauratore era affidata a percorsi scolastici diversi e molteplici, spesso era sufficiente l’apprendimento on the job, ma nel 2011 è intervenuta una riforma complessiva del settore operata in collaborazione dai ministeri della Cultura e dell’Istruzione che ha istituito, come si è detto, un percorso di laurea per diventare restauratore di beni culturali, articolato in cinque anni, definendo la nuova classe delle lauree magistrali a ciclo unico in Conservazione e restauro dei beni culturali

La nuova classe di laurea ha operato la revisione delle vecchie classi (triennale: Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali; magistrale: Conservazione e Restauro dei beni culturali) e di quelle della riforma del 1999 (triennale: Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali; specialistica: Conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico).

Il Decreto 2 marzo 2011 ha inoltre fissato a 30 il numero massimo di esami per i corsi della nuova classe e ha stabilito la valenza della prova finale come esame di Stato abilitante all’esercizio dell’attività professionale del restauratore di beni culturali. Ha definito inoltre la suddivisione dell’esame finale in due parti: una di carattere applicativo, riguardante un intervento pratico di laboratorio; una di carattere teorico-metodologico, concernente la discussione di un elaborato scritto.

L’accesso al corso di laurea magistrale è subordinato alla verifica dell’idoneità dei candidati mediante apposite prove e, data la specificità delle problematiche inerenti alle diverse tipologie dei beni culturali, è subordinato fin dall’inizio alla scelta del Percorso Formativo Professionalizzante (cd PFP) di proprio interesse, verso cui saranno orientati gli interi 5 anni.

Il piano di studi prevede infatti l’ottenimento di 300 CFU (Crediti Formativi Universitari), di cui almeno 90 CFU da maturare in laboratori e cantieri di restauro previsti dagli ordinamenti di studio (PFP), ad oggi in numero di sei.
Il percorso formativo professionalizzante cosiddetto PFP1 si occupa del re stauro di materiali lapidei e derivati, superfici decorate dell’architettura; il cd PFP2 di manufatti dipinti su supporto ligneo e tessile, manufatti scolpiti in legno, arredi e strutture lignee, manufatti in materiali sintetici lavorati, assemblati e/o dipinti; il PFP3 di materiali e manufatti tessili e in pelle; il PFP4 di materiali e manufatti ceramici, vitrei e organici, materiali e manufatti in metallo e leghe; il PFP5 di materiale librario e archivistico, manufatti cartacei e pergamenacei, materiale fotografico, cinematografico e digitale e il PFP6 di strumenti musicali, strumentazioni e strumenti scientifici e tecnici.

Tutti gli indirizzi prevedono comunque attività formative obbligatorie comuni che riguardano l’ambito disciplinare della formazione scientifica, storica e storico-artistica, le metodologie per la conservazione e il restauro, le scienze e tecnologie per la conservazione e il restauro, i beni culturali e la loro natura giuridica ed economica, nonché l’ambito gestionale.

Non tutti gli istituti posseggono i sei percorsi formativi, i più diffusi sono il PFP1- PFP2-PFP3, quelli offerti anche dalla Scuola di Restauro di Botticino.

QUANTI SONO I RESTAURATORI IN ITALIA

Nel febbraio 2021 è stato pubblicato, all’interno del portale dedicato ai professionisti di beni culturali, l’elenco unico dei restauratori di beni culturali realizzato dalla Direzione generale educazione ricerca e istituti culturali dell’allora MIBACT, consentendo così il pieno riconoscimento della professione del restauratore in Italia.

L’elenco, periodicamente aggiornato con i nominativi di coloro che conseguono il titolo dopo ciascuna sessione di laurea, trasmessi dalle università, dalle accademie e dalle scuole di alta formazione accreditate, a oggi conta più di 7.000 iscritti, comprendendo:

1) i professionisti che erano già presenti all’interno dell’elenco pubblicato all’esito del bando8 per l’acquisizione della qualifica di restauratore di beni culturali previsto nel 2004 dalle disposizioni transitorie dell’art.182 del Codice dei beni culturali e del paesaggio9;
2) coloro che sono in possesso di diploma conseguito presso i corsi abilitanti all’esercizio della professione di restauratore di beni culturali;
3) coloro che sono in possesso di qualifica estera riconosciuta in Italia a seguito di apposito decreto della Direzione generale educazione, ricerca e istituti culturali del MIC.

Secondo i numeri raccolti e resi disponibili da Almalaurea, negli ultimi anni è aumentato il numero di laureati in conservazione e restauro dei beni culturali, ne sono stati infatti registrati 74 nel 2021, 71 nel 2020, 63 nel 2019, considerando solamente i dati forniti da dieci atenei pubblici, con una prevalenza di donne (97,3%). Ad un anno dalla laurea il tasso di occupazione è del 67,9 %, che sale all’80,6% nel quinquennio successivo. Il 41,9% dei restauratori svolge la professione come lavoratore autonomo, il 34% ottiene un contratto a tempo indeterminato, il 24,1% è impiegato con altre forme contrattuali.

LA SCUOLA DI RESTAURO DI BOTTICINO

La Scuola di Restauro di Botticino nasce nel 1974 con il sostegno di regione Lombardia e dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma (ICR), per la realizzazione di corsi di alta formazione, formazione superiore e continua nell’ambito della valorizzazione, conservazione e restauro dei beni culturali.
L’11 febbraio del 2013 la Scuola ha ottenuto l’accreditamento da parte dei Ministeri MIUR e dell’allora MiBACT, oggi MiC, per l’attivazione del corso in “Conservazione e Restauro del Beni culturali” a ciclo unico (quinquennale), per i percorsi formativi professionalizzanti PFP1, PFP2 e PFP3, accreditamento confermato in data 7 luglio 2022, in seguito al trasferimento delle attività didattiche da Botticino a Milano, presso le nuove sedi in MIND e in Bovisa.

MIND (Milano Innovation District), dove il 4 ottobre 2022 è stato inaugurato il nuovo anno accademico della Scuola di Restauro di Botticino, è il distretto della scienza, del sapere e dell’innovazione che occupa l’ex Area Expo 2015 e che nasce per cogliere l’opportunità di creare uno spazio vitale per il territorio, aperto a chiunque innovi, faccia ricerca o studi, alle istituzioni e aziende, in una posizione strategica del Nord Italia. MIND è infatti il nuovo centro italiano dell’eccellenza scientifica e quartiere della città che svolge il ruolo di hub e catalizzatore di sviluppo, riunendo protagonisti scientifici e tecnologici quali Human Technopole, IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambro- gio, Rold, AstraZeneca, con origini e finalità diverse, legati tutti dall’interesse per il progresso, la sperimentazione e le nuove prospettive per un avanzamento della società.

Il Bovisa Design District, dove si trova l’edificio di via Cosenz 54, seconda sede della Scuola di Restauro di Botticino con annesse residenze studentesche, è allo stesso modo un luogo strategico di Milano, dedicato all’innovazione, alla tecnologia e alla creatività. Bovisa è infatti un ex quartiere industriale in continua riqualificazione diventato centrale grazie alla presenza del Politecnico di Milano con il Dipartimento di Design e del Polihub, start up incubator del Politecnico.
Sono dunque all’interno dei circa 5.000mq di queste due aree che si collocano le aule per la didattica frontale e i laboratori specialistici della Scuola di Restauro di Botticino, dotati di attrezzature specifiche e innovative volte alla realizzazione di un ambiente confortevole, moderno e funzionale agli studenti.

Da sempre, infatti, la Scuola di Restauro di Botticino ha prestato grande attenzione alla formazione dei futuri restauratori, dotandoli di strumenti di eccellenza e sviluppando un approccio formativo basato sulla didattica del “compito reale” e del “learning by doing”, distinguendosi per la preminenza delle attività laboratoriali condotte sin dal primo anno di studio su beni culturali sottoposti a tutela, svolte in laboratori tecnico-professionali attrezzati e in contesti di lavoro reali, intessendo relazioni con centri di ricerca, università, musei, istituzioni culturali italiane ed estere, laboratori ed imprese, enti ecclesiastici e amministrazioni pubbliche.

CRITICITÀ E PROSPETTIVE DELLA FIGURA DEL RESTAURATORE

Dall’analisi del percorso di studio per restauratore di beni culturali che è stata poc’anzi sommariamente condotta, possono tuttavia emergere alcuni aspetti di criticità che riguardano principalmente da un verso la conformazione del corso di laurea a ciclo unico e dall’altro il cosiddetto job placement.

Sul primo punto vale la pena soffermarsi, essendo che il corso di laurea a ciclo unico è quasi un’eccezione (se sei esclude medicina, medicina veterinaria, farmacia, giurisprudenza e poche altre facoltà) nel panorama universitario italiano e internazionale modellato quasi interamente sull’ormai conosciuto 3+2. Sono comprensibili le difficoltà a progettare un percorso più flessibile visto la necessità di sedimentare nel restauratore abilitato una competenza oltremodo specifica, ciò nonostante il ciclo unico si pone come un vincolo per studenti provenienti da settori affini che potrebbero, potenzialmente, dopo il triennio continuare il loro percorso di studio o ottenere una specializzazione nell’ambito del restauro.

Scorporando il ciclo unico in triennale e magistrale, per esempio, si garantirebbe maggiore flessibilità, permettendo più opportunità di accesso alla formazione e dunque alla professione. Questo, ovviamente, pensando all’immenso patrimonio presente nel nostro Paese e non soffermandosi sulla pochezza delle risorse investite per il suo mantenimento.

La seconda criticità riguarda le difficoltà che il restauratore incontra terminato il percorso di studio, nel momento del suo ingresso nel mondo del lavoro. In primis c’è da considerare che la maggior parte dei beni culturali sono di proprietà pubblica o rientrano nel patrimonio ecclesiastico e il restauro di tali opere, dipendendo spesso da fondi pubblici, risulta limitato e sempre parziale. Inoltre il restauratore deve affrontare le forche caudine del rapporto con le Sovrintendenze, in generale con la burocrazia, le complessità di committenze pubbliche come i musei, o di grandi istituzioni o aziende (fondazioni bancarie, banche…). Da qui l’idea di immaginare branch o start up partecipate dalle istituzioni formative dentro le quali impiegare i nuovi restauratori e a cui far convogliare opere pubbliche e private bisognose di interventi di restauro, così da aumentare le opportunità lavorative e garantire una continuità scuola lavoro.

Un ulteriore settore che permetterebbe lo sviluppo della professione in una chiave diversa è la conservazione programmata, su cui esiste già una copiosa letteratura scientifica. Il restauro preventivo, largamente strutturato all’estero all’interno di musei e istituti di ricerca, è meno applicato in Italia, nonostante all’Italia venga riconosciuta una posizione di preminenza nello sviluppo delle più avanzate tecniche di intervento e di diagnosi scientifica applicata alla conservazione delle opere d’arte.
La strategia della conservazione programmata si traduce nella prevenzione come modalità che massimizza la permanenza dell’autenticità materiale e diminuisce i costi di intervento, ma è tuttora trascurata per ragioni molteplici e di varia natura: innanzitutto per decenni di politiche culturali miopi che hanno reso impossibile forme di programmazione pluriennale delle attività da parte delle istituzioni pubbliche e delle fondazioni partecipate, in secondo luogo per una poca sensibilità nei confronti della protezione del patrimonio che si riflette sui modesti investimenti economici nel settore. È dunque necessaria la diffusione di una diversa consapevolezza e la costruzione di una mentalità partecipata e informata a livello pubblico e privato che agevoli il processo qui definito; inoltre, per attuare interventi di conservazione preventiva è necessaria una buona programmazione, la messa in campo delle tecnologie, l’investimento di risorse nella ricerca e nella sperimentazione.

Recentemente il Ministero della Cultura ha istituito tabelle che impongono una programmazione triennale al cui seguito erogare i contributi; tale variazione, in concomitanza con gli aspetti citati su cui gli stessi istituti di formazione possono intervenire, potrebbe essere vantaggiosa a favore di un cambiamento nell’ambito dell’attuazione di interventi sistematici di conservazione programmata e potrebbe dare impiego ad un grande numero di restauratori. Gli interventi di conservazione programmata prevedono infatti una cadenza regolare, in questo modo sarebbe dunque garantita una costante occupazione di professionisti.